Il falso teorema del golpe morale
di GIUSEPPE D'AVANZO
Il presidente del Consiglio, settantacinque anni, si tiene accanto in villa - a pagamento - una prostituta minorenne per un paio di mesi, nel 2010. Questo è il fatto, assai ostinato nonostante la nebbia e le censure. Nasce una domanda processuale (Berlusconi ha commesso un reato?) e sortisce qualche effetto politico. Lasciamo in un canto la questione giudiziaria, per il momento.
Elenchiamo qualcuno degli esiti politici sotto forma di domanda.| Quell'uomo, già sorpreso in altri anni in compagnia di minorenni, ha il pieno controllo della sua vita?
Le sue condotte lo hanno reso vulnerabile ai ricatti o minacce della sua ospite, delle sue ospiti?
Quanto la vita caotica di quell'uomo danneggia il Paese che governa?
A quel discredito, domestico e internazionale, può egli stesso porre rimedio?
I suoi comportamenti possono essere, una buona volta, appropriati ai doveri pubblici che liberamente ha voluto assumere?
Come si vede, ognuno di questi interrogativi è concreto, factual perché rinvia all'interesse nazionale e al nostro destino collettivo. Per questa ragione pretende un'assunzione pubblica di responsabilità e reclama con urgenza un giudizio politico, prima che morale e giudiziario.
Se fossimo in un Paese dove il discorso pubblico si nutre di buonafede, disinteresse, civismo, si ritroverebbero (e si affronterebbero) nel perimetro di quelle domande le ragioni della crisi istituzionale che minaccia di precipitare il Paese in
una guerra civile o in un ineluttabile declino.
Purtroppo il discorso pubblico nazionale è alimentato soltanto dalla manipolazione, dal falso indiscutibile organizzato a tavolino, da uno spettacolo che conserva la comunità nell'incoscienza dissolvendone ogni senso critico. "Confondere e non convincere" è la regola. Non è altra l'intenzione della manovra chiamata "in mutande ma vivi" lanciata da Giuliano Ferrara, oggi unico canovaccio politico-informativo a disposizione del premier. È il tentativo manifesto di accantonare la questione politica per trasformarla in questione morale. Il trucco offre l'opportunità di mettere su un'artefatta baruffa contro l'"ipocrisia moralistica" che liquida ogni responsabilità e rifiuta ogni giudizio.
Lontano dalle sue responsabilità e protetto da ogni giudizio, il Re Nudo può salvarsi ancora una volta. E il Paese? Che si fotta, il Paese!
Viene in mente Molière, Tartuffe ou l'Imposteur. Il sermone di Giuliano Ferrara contro la "Repubblica delle virtù (il grand guignol va in scena oggi in un teatro di Milano) e dovrebbe, vuole essere - mutande a parte - terribilmente serio ma vi spira soltanto un'aria burlesca tanto lo spettacolo è un'impostura. Se si sfiora la questione da un'angolazione qualsiasi, o se ne vaglia un qualunque argomento o ragione, la ciarlataneria affiora ovunque, con qualche sprazzo comico. Induce al riso Berlusconi disegnato da Andrea Fortina con le fattezze di Giustiniano. È farsesco leggere, nell'intervista pubblicata dal "Foglio", Berlusconi che parla come Ferrara, che è Ferrara, pasticheur in pose da cardinal Mazarino, e mai Berlusconi, animale da preda con un Io ipertrofico. È buffonesca l'autorappresentazione di Berlusconi, degradato a ventriloquo di Ferrara (ma fino a quando?), come campione di "un sistema fondato sulla libertà, sulla tolleranza, su una vera coscienza morale pubblica e privata".
In Italia la memoria ha strepitose paralisi e tuttavia sentire quelle parole e formule - libertà, tolleranza, coscienza pubblica, coscienza privata - arrotarsi tra i denti da lupo del capo del governo fa venire il freddo alle ossa. Quale tolleranza, se ancora oggi ricordiamo gli ordini ai prefetti di prendere le impronte ai bambini nei campi Rom o di ricacciare in mare donne incinte, neonati e migranti in cerca di asilo politico. Quale libertà se nelle biblioteche del Nordest ha libero corso una lista di proscrizione dei libri non graditi e quindi vietati.
Dov'erano i liberali che oggi in pose servili difendono il diritto delle donne a prostituirsi quando il governo chiedeva per i clienti delle prostitute la galera. Dove s'erano appisolati questi quaresimalisti, quando ministri proponevano la tortura per scacciare il fantasma del terrorismo o uomini di governo sollecitavano l'omofobia o la discriminazione per una pelle diversa, una diversa fede, un altro luogo di nascita, fosse anche dentro i confini nazionali, ma troppo a sud. Come quelle bocche possano dire "libertà, tolleranza" quando hanno in animo di decidere per legge dello Stato delle nostra vita e della nostra morte, delle nostre cure mediche e di quanto dolore possiamo sopportare. E, a proposito di vita, di quale dionisiaca vita parlano gli "immutandati" - nicciani d'occasione - se ad ogni piè sospinto, ci ricordano che la vita non è il bene più alto per i mortali perché c'è sempre qualcosa di diverso in gioco nella vita, oltre la procreazione, oltre il sostentamento dell'organismo vivente, magari la salvezza dell'anima in questa vita o nell'aldilà.
Sotto l'aspetto sintattico, direbbe Franco Cordero, la prosa degli "immutandati" "è pastone o brodaglia". Nel lessico della Crusca, "pappolata"; in piemontese, "supa"". È una schifezza indigeribile che ha il solo pregio di mostrarci in trasparenza come il consenso che chiede Berlusconi sia soltanto obbedienza.
I bambini obbediscono, gli adulti acconsentono, ma a che cosa dovrebbero acconsentire gli adulti "in mutande ma vivi"? Berlusconi non propone loro un'idea, un programma, neppure un sogno.
Offre soltanto se stesso, la sua inadeguatezza, la propria sopravvivenza, la sua impunità. Ci si può sentire davvero "vivi" nell'obbedienza a un capo privo di un pensiero diverso dal suo personale tornaconto?
sabato 12 febbraio 2011
giovedì 27 gennaio 2011
Per Milo De Angelis
“e la vita regna, sola, certo, sola, ma non orfana” è un verso del 1978 di Milo De Angelis. La vita regna priva di origine e di fine ultimo, e la condizione dell’uomo è quella di una solitudine senza giustificazione e senza compensi. Ma così facendo questa poesia allontana da sé un grande tema come quello dell’Assenza e sentimenti ad esso legati come la nostalgia o il rimpianto. Ma anche non permette che la vita si offra in quella catena incantevole delle rappresentazioni, di holderliniana memoria, che è la catena sintattica: l’esaltante continuità di affermazione del mondo, di noi stessi nel mondo.
Nei testi di De Angelis, le infrazioni avvengono nel rispetto della parola, unità di significazione come elemento irrinunciabile di una Norma linguistica entro cui l’uomo comunica, anche all’altezza della dimensione estetica, e vive, ed inoltre di una relazione congrua all’interno del sintagma e della frase. Ad esempio, la non concordanza della persona (la sequenza non finalizzata delle frasi poiché esse hanno soggetti diversi per cui il compiersi dell’azione sembra differito e spostato) o la non concordanza di tempo (l’uso si potrebbe dire arbitrario dei tempi in una stessa frase complessa) sono figure che creano perplessità circa una presunta oggettività del referente senza però accanirsi a negarlo (eventualmente con un’alterazione della continuità fonica e grafica o con un’eccessiva sconnessione sintattica). Esse provocano, nel momento in cui impediscono all’atto linguistico di compiersi con interezza ed univocità, una instabilità del piano della significazione. Ed arrivando al dunque, lì trova espressione il tema della solitudine non orfana.
Anche il procedimento paratattico serve poi a precisare questa condizione. Nella giustapposizione emerge infatti la caratteristica di necessità ed insieme di superfluità del nostro stare al mondo, ha luogo l’ “esatto sentire di un cervello / senza più terra”.
“ Materia che / fu soltanto materia, nulla che / fu soltanto materia. Vegliare, non vegliare, poesia, / cobalto, padre, nulla, pioppi.” è scritto in Terra del viso (1985).
Dalla rivista “Scarto minimo”, novembre 1986
Nei testi di De Angelis, le infrazioni avvengono nel rispetto della parola, unità di significazione come elemento irrinunciabile di una Norma linguistica entro cui l’uomo comunica, anche all’altezza della dimensione estetica, e vive, ed inoltre di una relazione congrua all’interno del sintagma e della frase. Ad esempio, la non concordanza della persona (la sequenza non finalizzata delle frasi poiché esse hanno soggetti diversi per cui il compiersi dell’azione sembra differito e spostato) o la non concordanza di tempo (l’uso si potrebbe dire arbitrario dei tempi in una stessa frase complessa) sono figure che creano perplessità circa una presunta oggettività del referente senza però accanirsi a negarlo (eventualmente con un’alterazione della continuità fonica e grafica o con un’eccessiva sconnessione sintattica). Esse provocano, nel momento in cui impediscono all’atto linguistico di compiersi con interezza ed univocità, una instabilità del piano della significazione. Ed arrivando al dunque, lì trova espressione il tema della solitudine non orfana.
Anche il procedimento paratattico serve poi a precisare questa condizione. Nella giustapposizione emerge infatti la caratteristica di necessità ed insieme di superfluità del nostro stare al mondo, ha luogo l’ “esatto sentire di un cervello / senza più terra”.
“ Materia che / fu soltanto materia, nulla che / fu soltanto materia. Vegliare, non vegliare, poesia, / cobalto, padre, nulla, pioppi.” è scritto in Terra del viso (1985).
Dalla rivista “Scarto minimo”, novembre 1986
venerdì 17 dicembre 2010
mercoledì 11 agosto 2010
Jean-Charles Vegliante: Nature, texte
Nature, texte
Je lis dans le livre d’un ami qu’à travers ta respiration il devient mains, quelqu’un, qui se glissent devant toi, « frottent le tissu de ton pull large contre tes seins, sur la peau des hanches, ailleurs. Tu sens ses doigts, ses paumes, dans le tissu. Ton pantalon a une ceinture. Tes doigts s’enfilent, entre les siens. Tu les enlèves. Il dénoue ta ceinture. Fait descendre une main sous l’élastique. Ses doigts descendent à travers les poils dans l’humide. Quatre doigts, deux, comme sous un plus doux palais. Un, sur la cime du plaisir. »
La respiration de qui, si je sens ? Cela n’est à personne. Il n’y a pas de personne dans le secret humide. Longtemps j’ai cru que tu me donnais ta personne. On croit trop longtemps être de quelqu’un. Un beau jour c’est fini, lessivé. Je vois des femmes qui marchent, vers quelqu’un peut-être, jambes nues et toujours leurs seins, même de loin c’est la différence. Les fesses aussi, un peu quand on les suit, comment elles bougent, ça me frappe (leur indépendance), mais pas autant que les seins : mammifères. Définition de l’espèce, dont je fais partie. Tous autant que nous sommes, sous le signe des sources de lait. D’où l’humide. Et pourtant. Nos sentiments les plus exquis, portés par cette réalité de l’espèce, de sa survie. Nos idées, nos écrits, nos prières : instruments de cette force aveugle, dite ‘nature’. Entièrement traversés par la compulsion unique à se renouveler, à subsister par l’anonyme vie/mort de l’ensemble.
« Quelle parole est-ce, mienne ou de qui, alors ? » poursuivait l’ami, Mario Benedetti. Il citait Bataille, et Michelstaedter. Pour moi peut-être aussi Rimbaud, une fois de plus : « Dans quel sang marcher ? »… « Connais-je encore la nature ? me connais-je ? – Plus de mots. »
Quels mots pour une encore parole ? Qui n’appartiendrait à personne. Qui serait phrase de la survie. De la mort dont se perpétue l’espèce, pure jusqu’à l’os des verbes. Pure syntaxe. Vers qui affleurent d’une mémoire involontaire, de quelqu’un qui a eu accès au palimpseste perdu (par exemple, cette nuit du 21 mai 2008, alors que le livre n’a pas été encore édité : « Con lo sguardo amoroso a sé li tira »). Qui en attend la compensation de quels amours ratés ? Dans la grande illusion de la lignée, de sa propre aventure, de sa rencontre, de son désir, de sa personne : de son immortalité. La suprême farce, qu’il faille être deux. Dans l’aléa de la rencontre entre deux riens, pour assurer la vie/mort naturelle. Cette course à la perpétuation.
Quelqu’un rêve en moi que tu retiens ses doigts sur la marge entre dedans et néant, dans les lèvres de ta petite source, dans la bouche plus douce du lait, dans l’humide seuil qui nous rend frère et sœur, mammifères. Que tu parles du mince territoire du plaisir, cette membrane, peau, muqueuse, frontière. Que tu rejoues la même tromperie, l’imposture, que tu y crois ? Que le temps de ce texte, bref, nous pourrions, quelqu’un, vivre ? Une aube de lait nous désoriente parfois comme si nous étions ailleurs, dans les objets, les parfums, les gestes, les modalités même du rêve anonyme qui nous traversait (naguère), enfui, rassurant... ou sa
Jean-Charles Vegliante
(juillet 2010)
Je lis dans le livre d’un ami qu’à travers ta respiration il devient mains, quelqu’un, qui se glissent devant toi, « frottent le tissu de ton pull large contre tes seins, sur la peau des hanches, ailleurs. Tu sens ses doigts, ses paumes, dans le tissu. Ton pantalon a une ceinture. Tes doigts s’enfilent, entre les siens. Tu les enlèves. Il dénoue ta ceinture. Fait descendre une main sous l’élastique. Ses doigts descendent à travers les poils dans l’humide. Quatre doigts, deux, comme sous un plus doux palais. Un, sur la cime du plaisir. »
La respiration de qui, si je sens ? Cela n’est à personne. Il n’y a pas de personne dans le secret humide. Longtemps j’ai cru que tu me donnais ta personne. On croit trop longtemps être de quelqu’un. Un beau jour c’est fini, lessivé. Je vois des femmes qui marchent, vers quelqu’un peut-être, jambes nues et toujours leurs seins, même de loin c’est la différence. Les fesses aussi, un peu quand on les suit, comment elles bougent, ça me frappe (leur indépendance), mais pas autant que les seins : mammifères. Définition de l’espèce, dont je fais partie. Tous autant que nous sommes, sous le signe des sources de lait. D’où l’humide. Et pourtant. Nos sentiments les plus exquis, portés par cette réalité de l’espèce, de sa survie. Nos idées, nos écrits, nos prières : instruments de cette force aveugle, dite ‘nature’. Entièrement traversés par la compulsion unique à se renouveler, à subsister par l’anonyme vie/mort de l’ensemble.
« Quelle parole est-ce, mienne ou de qui, alors ? » poursuivait l’ami, Mario Benedetti. Il citait Bataille, et Michelstaedter. Pour moi peut-être aussi Rimbaud, une fois de plus : « Dans quel sang marcher ? »… « Connais-je encore la nature ? me connais-je ? – Plus de mots. »
Quels mots pour une encore parole ? Qui n’appartiendrait à personne. Qui serait phrase de la survie. De la mort dont se perpétue l’espèce, pure jusqu’à l’os des verbes. Pure syntaxe. Vers qui affleurent d’une mémoire involontaire, de quelqu’un qui a eu accès au palimpseste perdu (par exemple, cette nuit du 21 mai 2008, alors que le livre n’a pas été encore édité : « Con lo sguardo amoroso a sé li tira »). Qui en attend la compensation de quels amours ratés ? Dans la grande illusion de la lignée, de sa propre aventure, de sa rencontre, de son désir, de sa personne : de son immortalité. La suprême farce, qu’il faille être deux. Dans l’aléa de la rencontre entre deux riens, pour assurer la vie/mort naturelle. Cette course à la perpétuation.
Quelqu’un rêve en moi que tu retiens ses doigts sur la marge entre dedans et néant, dans les lèvres de ta petite source, dans la bouche plus douce du lait, dans l’humide seuil qui nous rend frère et sœur, mammifères. Que tu parles du mince territoire du plaisir, cette membrane, peau, muqueuse, frontière. Que tu rejoues la même tromperie, l’imposture, que tu y crois ? Que le temps de ce texte, bref, nous pourrions, quelqu’un, vivre ? Une aube de lait nous désoriente parfois comme si nous étions ailleurs, dans les objets, les parfums, les gestes, les modalités même du rêve anonyme qui nous traversait (naguère), enfui, rassurant... ou sa
Jean-Charles Vegliante
(juillet 2010)
venerdì 16 luglio 2010
Milo De Angelis: Una poesia, dopo Il tema dell'addìo
E’ tardi. La memoria
di un uomo era solo questa
manciata di sillabe. Solo loro
ritornano dalle oscure cantine
abitate dal niente:
seno distrutto, annuncio deportato,
qualcosa che non rigenera morendo
ed entra muto nella sua fine.
Sono puntuali, sono
scagliate contro le rocce, non hanno odore
né suono, bisbigliano
parole esterrefatte, sono un battere
di ali protese, cieche, fedeli
a un ordine oscuro. Adesso tu
devi tradurre.
di un uomo era solo questa
manciata di sillabe. Solo loro
ritornano dalle oscure cantine
abitate dal niente:
seno distrutto, annuncio deportato,
qualcosa che non rigenera morendo
ed entra muto nella sua fine.
Sono puntuali, sono
scagliate contro le rocce, non hanno odore
né suono, bisbigliano
parole esterrefatte, sono un battere
di ali protese, cieche, fedeli
a un ordine oscuro. Adesso tu
devi tradurre.
giovedì 10 giugno 2010
Franca Mancinelli: sulle Pitture nere su carta
Tramontato il paesaggio, nello spettro del luogo più caro
Le Pitture nere su carta di Mario Benedetti sono un addio, un lancinante grido di dolore, un incontro con le ombre dei morti. L’addio è prima di tutto ad un paesaggio che, in Umana gloria, custodiva la memoria e nello stesso tempo continuava ad essere reso fertile dai gesti della quotidianità, dalle parole delle persone amate, dalla loro semplice presenza che si depositava nel tempo, colmando i luoghi di vita, lasciandovi il calore e la densità del proprio fiato. Eppure, accanto ai moti di gioia, all’allargarsi del cuore che ritrova lo stupore intatto dell’infanzia, la luce in cui le cose appaiono per quello che sono, era già presente in Umana gloria (Mondadori, 2004) l’ombra della morte, quel graffio nero e immobile che, attraverso il ricordo del terribile terremoto del ’76, cresce fino alle ultime sezioni dove il paesaggio diviene un presepio, un luogo impraticabile, un “resto”. Con i due testi finali di questo suo primo libro mondadoriano siamo già dentro al clima che detta le Pitture nere: il movimento a ritroso della memoria non è più nella direzione della vita, della ricerca della propria identità. Un cortocircuito ha spento la luce originaria da cui attingeva la poesia; i luoghi dell’infanzia, dell’inizio, sono diventati quelli della morte: «Cerco una fine dove giocavo», dice il primo verso di Riesumazioni. Ai bagliori e alle slogature che il ricordo portava nella percezione del presente fino a confonderlo con il passato e con il sogno, subentra la fissità di un rituale funebre, il distacco del visitatore di un’Area museale. Ed ecco le Pitture nere su carta, come uno strappo dai luoghi su cui si reggeva un’intera esistenza, il referto di un trauma e insieme di un processo già innescato nelle cose. Come per un «disseccamento naturale» il paesaggio appare ora nel suo volto raggrinzito di mummia; la storia lo ha disabitato, l’ha svuotato, ha trasformato la sua vita in un reperto. Ma anche nello sguardo del poeta è avvenuto un radicale mutamento: un dolore fortissimo, «sfinente», lo ha condotto dentro la materia, nel richiamo del corpo e delle sue percezioni. È come se gli occhi fossero «indietreggiati» lasciandogli una visione interna, uno schermo dove le immagini della realtà passano attraverso le dissolvenze, i fasci di luce, le onde e gli spettri di «physical dimensions». L’arte che in Umana gloria era uno dei filtri attraverso cui il soggetto percepiva la realtà, resta ora l’unica forma d’esperienza. Il reale appare come una grande installazione permanente, un catalogo che potrebbe espandersi all’infinito, una guida turistica, una «fotografia scattata da satellite», una lastra opalescente in cui è rimasto impresso un corpo. La figura principale è ora quella dell’elenco, già presente in Umana gloria ma con un collante che teneva insieme le cose, gli elementi. «E tutto tenevi sul tuo maglione» scrive Benedetti alla fine di una delle sue Lacrime, consapevole che quel calore che dava un centro alla realtà e che scaturiva dalla forza assoluta e ideale del suo amore infantile, ora si è perso. Il reale ha così ampliato le sue fenditure e il nulla si espanso, in ogni direzione, a trecento sessanta gradi: «Dietro di te, e davanti, oltre, non c’è niente».
Al paesaggio dell’infanzia, amato fino a rendergli sembianze umane, fino a confonderlo con il proprio corpo, è stato apposto un segno negativo, un non che azzera la vita e il moto emotivo del ricordo: «E gli anni // a capo, che seguitano, vedi, // posso andare, nel non volto, e non / piango per questo, oh per questo // non ci sono labbra da toccare». Così anche il chiarore, il bianco e la luce che appare più volte, sono disanimati, spettrali, provengono dal gelo oppure sono irradiati dall’universo, in una misteriosa e lontana tonalità opaca, spenta: «Nubi sottolucenti. Di madreperla. […] Aurore polari».
Ma più che di paesaggio bisognerebbe parlare ormai di «spettro di un luogo» (Giorgio Agamben), di uno spazio percorso a tastoni, come un sonnambulo, guidato dai sussurri e dagli scricchiolii dei morti. Quella ricerca dei dispersi, dei corpi assopiti nel profondo dei luoghi che apriva Umana gloria, ha condotto Benedetti fino a questo spazio dove, senza più cielo né terra, i morti possono quasi essere incontrati, toccati, possono “passarci la forza”. Pitture nere si conclude proprio con questa sorta di oltrepassamento della materia; un evento centrale, al quale tutto il libro sembra averci portato, sfiorando una soglia che richiama irresistibilmente tanto più quanto si fa insopportabile il dolore. È proprio questo passo compiuto oltre il limite, a dare la forza e la ragione di un libro nel quale si è rischiato tutto, fino a sfiorare l’afasia, la fine del linguaggio, l’indistinto che regna quando la fede nella parola si è consunta: «Dalla notte il mattino la notte, / pantaloni verdi, pantaloni blu, / il nero, l’azzurro, il ramato, tutto. // Perché non è più una parola. / Sono case i mari, le strade, / e strade e mari, le case». La realtà che in Umana gloria era presente nella sua densità, nel suo spessore fatto anche di sogno e di mancanze, lascia il posto ad un sentimento di irrealtà che è tanto più forte quanto la morte sembra risucchiarlo con il suo richiamo fermo. Da una parte le epifanie, i lampi di gioia, la festa per l’apparire delle cose, per la loro semplice presenza (la tautologia era forse la figura dominante del libro precedente), dall’altra l’accumulo di immagini, andando verso l’astratto, sfiorando il manierismo («Velame di posti. Viti, uova, radicchio, / […] Viti di viti, uova di uova…», oppure sconfinando nel barocco, con il suo funebre sfarzo, con i suoi ornamenti che diramano nel vuoto (vedi in particolare la sezione Reliquari). Non è un caso che molte poesie riportino in epigrafe il luogo o la cosa a cui si riferiscono, come se brandelli e mozziconi di realtà fossero il punto di partenza di una «meditazione decorativa», di un variare di immagini «nel nulla, nelle sue possibilità».
Tutto il libro è un continuo oscillare e tendere tra due poli, «tra irrealtà e lacrime»: da una parte la distanza anestetizzata, offuscata da sagome e barbagli di immagini, di chi sente venuto il momento dell’addio e si volta ancora indietro, verso la vita, dall’altra gli spasmi di un dolore lancinante, annidato «alla radice dei nervi». Un grido animale stride altissimo squarciando ogni ornamento retorico, ogni tentazione di manierismo che poteva annidarsi dove la realtà sfuma o, meglio, entra in «stati che non si possono», in territori in cui la lingua non arriva, se non «a stento», come «senza pensiero», anestetizzata, oppure in mozziconi, in notazioni secche e frammentarie, come in uno zibaldone. «Luna caduta secondo il mio sogno. / Idilli, o pensiero troppo ragionato ec.» scrive Benedetti in una sequenza che richiama da vicino lo Zibaldone leopardiano; ma sono diversi i punti in cui torna il poeta recanatese, nel materialismo del quale Benedetti si è certo nutrito (si vedano versi come: «Infinite mattine, infinite notti. / Va dolce il nulla, // il dolcissimo nulla»). Come nel Leopardi di A se stesso, la formidabile forza delle Pitture nere di Benedetti sta nel loro essere nate di fronte ad un abisso: un ultimo passo del linguaggio, della poesia, di ogni forma di umano sentire.
Franca Mancinelli
Le Pitture nere su carta di Mario Benedetti sono un addio, un lancinante grido di dolore, un incontro con le ombre dei morti. L’addio è prima di tutto ad un paesaggio che, in Umana gloria, custodiva la memoria e nello stesso tempo continuava ad essere reso fertile dai gesti della quotidianità, dalle parole delle persone amate, dalla loro semplice presenza che si depositava nel tempo, colmando i luoghi di vita, lasciandovi il calore e la densità del proprio fiato. Eppure, accanto ai moti di gioia, all’allargarsi del cuore che ritrova lo stupore intatto dell’infanzia, la luce in cui le cose appaiono per quello che sono, era già presente in Umana gloria (Mondadori, 2004) l’ombra della morte, quel graffio nero e immobile che, attraverso il ricordo del terribile terremoto del ’76, cresce fino alle ultime sezioni dove il paesaggio diviene un presepio, un luogo impraticabile, un “resto”. Con i due testi finali di questo suo primo libro mondadoriano siamo già dentro al clima che detta le Pitture nere: il movimento a ritroso della memoria non è più nella direzione della vita, della ricerca della propria identità. Un cortocircuito ha spento la luce originaria da cui attingeva la poesia; i luoghi dell’infanzia, dell’inizio, sono diventati quelli della morte: «Cerco una fine dove giocavo», dice il primo verso di Riesumazioni. Ai bagliori e alle slogature che il ricordo portava nella percezione del presente fino a confonderlo con il passato e con il sogno, subentra la fissità di un rituale funebre, il distacco del visitatore di un’Area museale. Ed ecco le Pitture nere su carta, come uno strappo dai luoghi su cui si reggeva un’intera esistenza, il referto di un trauma e insieme di un processo già innescato nelle cose. Come per un «disseccamento naturale» il paesaggio appare ora nel suo volto raggrinzito di mummia; la storia lo ha disabitato, l’ha svuotato, ha trasformato la sua vita in un reperto. Ma anche nello sguardo del poeta è avvenuto un radicale mutamento: un dolore fortissimo, «sfinente», lo ha condotto dentro la materia, nel richiamo del corpo e delle sue percezioni. È come se gli occhi fossero «indietreggiati» lasciandogli una visione interna, uno schermo dove le immagini della realtà passano attraverso le dissolvenze, i fasci di luce, le onde e gli spettri di «physical dimensions». L’arte che in Umana gloria era uno dei filtri attraverso cui il soggetto percepiva la realtà, resta ora l’unica forma d’esperienza. Il reale appare come una grande installazione permanente, un catalogo che potrebbe espandersi all’infinito, una guida turistica, una «fotografia scattata da satellite», una lastra opalescente in cui è rimasto impresso un corpo. La figura principale è ora quella dell’elenco, già presente in Umana gloria ma con un collante che teneva insieme le cose, gli elementi. «E tutto tenevi sul tuo maglione» scrive Benedetti alla fine di una delle sue Lacrime, consapevole che quel calore che dava un centro alla realtà e che scaturiva dalla forza assoluta e ideale del suo amore infantile, ora si è perso. Il reale ha così ampliato le sue fenditure e il nulla si espanso, in ogni direzione, a trecento sessanta gradi: «Dietro di te, e davanti, oltre, non c’è niente».
Al paesaggio dell’infanzia, amato fino a rendergli sembianze umane, fino a confonderlo con il proprio corpo, è stato apposto un segno negativo, un non che azzera la vita e il moto emotivo del ricordo: «E gli anni // a capo, che seguitano, vedi, // posso andare, nel non volto, e non / piango per questo, oh per questo // non ci sono labbra da toccare». Così anche il chiarore, il bianco e la luce che appare più volte, sono disanimati, spettrali, provengono dal gelo oppure sono irradiati dall’universo, in una misteriosa e lontana tonalità opaca, spenta: «Nubi sottolucenti. Di madreperla. […] Aurore polari».
Ma più che di paesaggio bisognerebbe parlare ormai di «spettro di un luogo» (Giorgio Agamben), di uno spazio percorso a tastoni, come un sonnambulo, guidato dai sussurri e dagli scricchiolii dei morti. Quella ricerca dei dispersi, dei corpi assopiti nel profondo dei luoghi che apriva Umana gloria, ha condotto Benedetti fino a questo spazio dove, senza più cielo né terra, i morti possono quasi essere incontrati, toccati, possono “passarci la forza”. Pitture nere si conclude proprio con questa sorta di oltrepassamento della materia; un evento centrale, al quale tutto il libro sembra averci portato, sfiorando una soglia che richiama irresistibilmente tanto più quanto si fa insopportabile il dolore. È proprio questo passo compiuto oltre il limite, a dare la forza e la ragione di un libro nel quale si è rischiato tutto, fino a sfiorare l’afasia, la fine del linguaggio, l’indistinto che regna quando la fede nella parola si è consunta: «Dalla notte il mattino la notte, / pantaloni verdi, pantaloni blu, / il nero, l’azzurro, il ramato, tutto. // Perché non è più una parola. / Sono case i mari, le strade, / e strade e mari, le case». La realtà che in Umana gloria era presente nella sua densità, nel suo spessore fatto anche di sogno e di mancanze, lascia il posto ad un sentimento di irrealtà che è tanto più forte quanto la morte sembra risucchiarlo con il suo richiamo fermo. Da una parte le epifanie, i lampi di gioia, la festa per l’apparire delle cose, per la loro semplice presenza (la tautologia era forse la figura dominante del libro precedente), dall’altra l’accumulo di immagini, andando verso l’astratto, sfiorando il manierismo («Velame di posti. Viti, uova, radicchio, / […] Viti di viti, uova di uova…», oppure sconfinando nel barocco, con il suo funebre sfarzo, con i suoi ornamenti che diramano nel vuoto (vedi in particolare la sezione Reliquari). Non è un caso che molte poesie riportino in epigrafe il luogo o la cosa a cui si riferiscono, come se brandelli e mozziconi di realtà fossero il punto di partenza di una «meditazione decorativa», di un variare di immagini «nel nulla, nelle sue possibilità».
Tutto il libro è un continuo oscillare e tendere tra due poli, «tra irrealtà e lacrime»: da una parte la distanza anestetizzata, offuscata da sagome e barbagli di immagini, di chi sente venuto il momento dell’addio e si volta ancora indietro, verso la vita, dall’altra gli spasmi di un dolore lancinante, annidato «alla radice dei nervi». Un grido animale stride altissimo squarciando ogni ornamento retorico, ogni tentazione di manierismo che poteva annidarsi dove la realtà sfuma o, meglio, entra in «stati che non si possono», in territori in cui la lingua non arriva, se non «a stento», come «senza pensiero», anestetizzata, oppure in mozziconi, in notazioni secche e frammentarie, come in uno zibaldone. «Luna caduta secondo il mio sogno. / Idilli, o pensiero troppo ragionato ec.» scrive Benedetti in una sequenza che richiama da vicino lo Zibaldone leopardiano; ma sono diversi i punti in cui torna il poeta recanatese, nel materialismo del quale Benedetti si è certo nutrito (si vedano versi come: «Infinite mattine, infinite notti. / Va dolce il nulla, // il dolcissimo nulla»). Come nel Leopardi di A se stesso, la formidabile forza delle Pitture nere di Benedetti sta nel loro essere nate di fronte ad un abisso: un ultimo passo del linguaggio, della poesia, di ogni forma di umano sentire.
Franca Mancinelli
venerdì 12 marzo 2010
Enrico Testa
"[La poesia] è fedele alla sua radice terrena senza però tramutare il paesaggio umano in grigia insensatezza o il quotidiano in catalogo minimalista di piccoli fatti, ed è sensibile ai richiami del «trascendente» che scorrono nelle relazioni senza però edificare su di essi una mitografia della verità e dell'assoluto. Filo teso tra l'essere e il nulla, si sofferma sui molteplici luoghi dell'esistere con una disponibilità che, debitrice in più punti della lezione dei maestri più anziani, è direttamente proporzionale alla fine della credenza nella centralità dell'io, allo straniamento del suo punto di vista, ad un impianto compositivo che assume in sé narrazioni ellittiche, parole altrui, figure ben distinte, oggetti d'inquietante familiarità, elementi animali e naturali che guardano, insistono, interrogano."
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