venerdì 12 marzo 2010
Enrico Testa
"[La poesia] è fedele alla sua radice terrena senza però tramutare il paesaggio umano in grigia insensatezza o il quotidiano in catalogo minimalista di piccoli fatti, ed è sensibile ai richiami del «trascendente» che scorrono nelle relazioni senza però edificare su di essi una mitografia della verità e dell'assoluto. Filo teso tra l'essere e il nulla, si sofferma sui molteplici luoghi dell'esistere con una disponibilità che, debitrice in più punti della lezione dei maestri più anziani, è direttamente proporzionale alla fine della credenza nella centralità dell'io, allo straniamento del suo punto di vista, ad un impianto compositivo che assume in sé narrazioni ellittiche, parole altrui, figure ben distinte, oggetti d'inquietante familiarità, elementi animali e naturali che guardano, insistono, interrogano."
giovedì 25 febbraio 2010
Nicola Ghezzani
"Il crollo dell'io, dei valori nei quali ho sempre creduto, porta con sé anche il crollo del mondo: la fine del senso della vita. Questa catastrofe del senso, questa catastrofe epistemica è il preludio a ogni trasformazione dell'io e del senso della vita. (...) colui che è in grado di immaginare la crisi permanente, ossia l'instabilità che è costitutiva di ogni sistema di valori, può riacquistare l'equilibrio solo fissando lo sfondo neutro su cui avvengono tutte le trasformazioni."
sabato 13 febbraio 2010
San Gerolamo
IL FULMINE
Questa notte è piovuto.
Il sentiero ha odore di erba bagnata,
poi nuovamente la mano del calore
sulla nostra spalla, come
per dire che il tempo non ci porterà via niente.
Ma là
dove il campo inciampa nel mandorlo,
ecco, un animale è balzato
da ieri a oggi attraverso le foglie.
E noi ci fermiamo, al di fuori del mondo.
E io ti vengo vicino,
finisco di strapparti dal tronco annerito,
ramo, estate nel fulmine
da cui la linfa di ieri, divina ancora, scorre.
(YVES BONNEFOY, mb trad.)
domenica 31 gennaio 2010
Francesca Serragnoli
Da Il rubino del martedì, Raffaelli Editore, 2010
C’è gente che ha solo i fiori sul terrazzo
non ha amici, non ha cene, non ha pub
versano lì il loro amore
i fiori li guardano innamorati.
Me lo ha detto una signora
sola in un marzo freddo
guardando con timore il cielo plumbeo
“aspetto che viene bel tempo
perché io non ho più nessuno sa
ho solo i fiori”.
***
Ero entrata appena
nel tuo harem di rose pakistane
avevo creduto al tuo cuore di farina
alle uova avvolte
nella carta di un giornale.
Sbagliavo, stringevo
la tua rosa seccata fra i denti.
Di te sono rimasti
un piatto di pasta
riscaldato nel vino
i tetti di una Bologna svestita e un cognac
marca Lepanto.
E forse sono rimasta io
fra le rose.
(Francesca Serragnoli è nata a Bologna nel 1972)
C’è gente che ha solo i fiori sul terrazzo
non ha amici, non ha cene, non ha pub
versano lì il loro amore
i fiori li guardano innamorati.
Me lo ha detto una signora
sola in un marzo freddo
guardando con timore il cielo plumbeo
“aspetto che viene bel tempo
perché io non ho più nessuno sa
ho solo i fiori”.
***
Ero entrata appena
nel tuo harem di rose pakistane
avevo creduto al tuo cuore di farina
alle uova avvolte
nella carta di un giornale.
Sbagliavo, stringevo
la tua rosa seccata fra i denti.
Di te sono rimasti
un piatto di pasta
riscaldato nel vino
i tetti di una Bologna svestita e un cognac
marca Lepanto.
E forse sono rimasta io
fra le rose.
(Francesca Serragnoli è nata a Bologna nel 1972)
venerdì 29 gennaio 2010
Yves Bonnefoy
Da Ce qui fut sans lumière, Mercure de France, Paris 1987
GLI ALBERI
Guardavamo i nostri alberi, era dall’alto
della terrazza che ci fu cara, il sole
si teneva vicino noi quella volta ancora
ma ritirandosi, ospite silenzioso
sulla soglia della casa in rovina,
che gli lasciavamo immensa, illuminata.
Vedi, ti dicevo, fa scivolare sulla pietra
disuguale, incomprensibile, dove siamo appoggiati,
l’ombra delle nostre spalle confuse,
quella dei mandorli vicini
e quella dell’alto dei muri che si unisce alle altre,
bucata, barca bruciata, prua che va alla deriva
come un sovrappiù di sogno o di fumo.
Ma laggiù le querce sono immobili,
neppure l’ombra si muove, nella luce,
sono le rive del tempo che scorre qui dove noi siamo
e il suolo è inavvicinabile tanto è rapida
la corrente gonfia di speranza della morte.
Abbiamo guardato gli alberi un’ora intera.
Il sole aspettava tra le pietre
poi distese pietosamente
verso gli alberi, più giù nel burrone,
le nostre ombre che sembravano raggiungerli
come allungando le braccia si può toccare,
a volte, nella distanza tra due persone
un istante del sogno dell’altra, che non ha fine.
(MB, trad. dal francese)
GLI ALBERI
Guardavamo i nostri alberi, era dall’alto
della terrazza che ci fu cara, il sole
si teneva vicino noi quella volta ancora
ma ritirandosi, ospite silenzioso
sulla soglia della casa in rovina,
che gli lasciavamo immensa, illuminata.
Vedi, ti dicevo, fa scivolare sulla pietra
disuguale, incomprensibile, dove siamo appoggiati,
l’ombra delle nostre spalle confuse,
quella dei mandorli vicini
e quella dell’alto dei muri che si unisce alle altre,
bucata, barca bruciata, prua che va alla deriva
come un sovrappiù di sogno o di fumo.
Ma laggiù le querce sono immobili,
neppure l’ombra si muove, nella luce,
sono le rive del tempo che scorre qui dove noi siamo
e il suolo è inavvicinabile tanto è rapida
la corrente gonfia di speranza della morte.
Abbiamo guardato gli alberi un’ora intera.
Il sole aspettava tra le pietre
poi distese pietosamente
verso gli alberi, più giù nel burrone,
le nostre ombre che sembravano raggiungerli
come allungando le braccia si può toccare,
a volte, nella distanza tra due persone
un istante del sogno dell’altra, che non ha fine.
(MB, trad. dal francese)
martedì 29 dicembre 2009
venerdì 18 dicembre 2009
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